Nelle tendopoli, nonostante l'aiuto dei volontari, la situazione è decisamente resa più invivibile, caldo, insetti, dissenteria e adesso anche la tubercolosi.
Se questo non basta a condire una situazione già pesante di suo, ci si mette anche la xenofobia. Certo, non si può generalizzare e prendere di mira chi non è "italiano", ma è pur vero che la presenza degli stranieri nelle tendopoli si è improvvisamente allargata di numero e questo porta a pensare che forse non tutti, tra loro, era davvero residente a L'Aquila.
Inoltre c'è lo spettro, mai scacciato, della povertà che ha lasciato il terremoto. Una tenda non garantsce nè privacy nè protezione. Non dal caldo, non dai rumori, non da malintenzionati.
Solo adesso qualcuno capisce che sarebbe meglio aumentare la sorveglianza, sempre dopo, però, che ci sono state risse, ferimenti e episodi di furto.
Nelle tendopoli si sta male, malissimo.
Eppure le persone che sono sfollate sulla costa adesso, tra breve, dovranno tornare indietro perchè molte strutture rivogliono il completo possesso dei propri spazi per la stagione turistica.
Queste persone, circa 30.000, dove saranno collocate?
Molti potrebbero rientrare nelle proprie case perchè agibili.
Ma non lo fanno.
Temono una grande scossa gemella di quella del 6 aprile.
Che forse verrà. Forse no, forse tra un anno, forse tra tecento.
Molti costruscono a proprie spese casette di legno, che spuntano ovunque.
Sono costose e spesso sono delle vere abitazioni vicine a quelle agibili, solo perchè lo suggerisce il panico.
Chi ci abiterà ancora tra dieci anni? O anche solo tra due?
In realtà dovremmo ricostruirci L'Aquila, far ritornare gli studenti, vera forza motrice dell'economia aquilana, rimettere su gli esercizi commerciali e poi, cosa non da poco, convincerci che ricominciare a vivere qui, non da sfollati perenni, è possibile.
Altrimenti tra cinque anni questa città e i suoi dintorni saranno la tana della lucertola e del ragno.
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